
Giuseppe Barbolini “Peppino”
Sassuolo, 1914 - Modena, 1968
Soldato del genio, dopo l’8 settembre rientra a Borgo Venezia (località di Sassuolo), impegnandosi nella propaganda antifascista e diventando un punto di riferimento dell’antifascismo locale.
La sezione del Pci di Sassuolo lo incarica di organizzare le formazioni per la Liberazione.
Il 7 novembre 1943 parte con il primo nucleo sassolese verso l’Appennino. È comandante della formazione dopo la morte di Giovanni Rossi, accettando il comando in un momento difficile per la Resistenza modenese.
Alpino Righi, che ha in quel momento i primi contatti con i partigiani sassolesi dice di Barbolini: «Taciturno, posato, tranquillo tanto che sembrava più vecchio di quello che era. Era molto riservato, ma aveva una grande capacità di intuire i fenomeni».
Nel combattimento di Cerrè Sologno (15 marzo 1944), primo grande scontro della Resistenza reggiana e modenese, Barbolini prende il posto del mitragliere caduto (Rinfranti) e rimane ferito a un braccio. Viene nascosto presso il parroco di Febbio, don Vasco Casotti, e poi all’ospedale di Castelnovo Monti. Barbolini è poi trasferito in pianura. Solo a metà di giugno 1944 torna in formazione, appena dopo che Mario Ricci “Armando” è stato nominato comandante generale, continuando a militare nella Resistenza come comandante di formazione.
Guida il Distaccamento Stanzione, poi, durante la Zona libera, la I Divisione.
Dopo il rastrellamento diventa vicecomandante di divisione (e di fatto comandante poiché Armando è altrove). Passa il fronte il 19 novembre.
Con lui ci sono anche sua moglie, Antonietta Casolari e sua sorella, Norma.
Dopo la guerra è congedato come invalido; è poi decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare e con la Bronze Star americana. Un suobusto è conservato presso la Biblioteca di Sassuolo.